Descrizione
Renato Capozzi, Giorgio Peghin, Federica Visconti
Prefazione di Carlo Moccia
[…] questo piccolo libro scritto a sei mani, nel suo complesso e per le tesi e gli esempi che offre all’attenzione del lettore, vuole riaffermare che la difficile ricerca della chiarezza – che ancora una volta «aspira ad una chiarità di aspetto e ad una chiarità di idea» – vada assunta come l’obiettivo necessario e ineliminabile del nostro lavoro. (dalla Nota Introduttiva degli Autori)
Questo piccolo libro affronta questioni difficili e impegnative, ponendo domande che mettono in discussione non soltanto i modi dell’espressione e le tecniche della composizione architettonica ma lo statuto stesso dell’architettura, in un certo senso la sua stessa necessità. Argomenterò partendo dalla radice: dal riconoscimento dell’affermatività come condizione intrinseca e, in un certo senso, limitante della forma architettonica. Le contestazioni più rilevanti portate all’architettura in ragione del riconoscimento di questa sua ‘limitazione’ sono due: la prima è che l’architettura, come disciplina, non parteciperebbe, per la mancanza di una sua declinabilità ‘in negativo’, all’opera di decostruzione della realtà e alla critica delle ideologie che la agiscono; la seconda, in qualche modo derivante dalla prima, è che il suo agire (obbligatoriamente) ‘in positivo’ la costringerebbe ad una adesione all’ideologia e al potere dominanti, concedendole, come alternativa al suo ‘asservimento’, la sola pratica alienata delle forme ‘piacevoli’, che possono intrattenerci ma non producono punctum e non ci fanno pensare.
Alla prima critica, che contiene una verità su cui si può tranquillamente convenire, si deve rispondere rivendicando la necessità di un pensiero ‘costruttivo’, che si alimenti della corrosività della de-costruzione critica del mondo ma che non si esaurisca in quella. Senza una tensione ‘costruttiva’ del pensare immaginifico e dell’agire formativo, il pensiero critico perde di potenza, guadagnando forse il disincanto ma aprendo, più frequentemente, al disimpegno. La pochezza di tanta architettura contemporanea dipende molto, secondo me, dall’impoverimento della tensione alla ‘costruttività’ che si manifesta, oggi, soprattutto nella dimensione del pensiero collettivo.
(dalla prefazione di Carlo Moccia)


